la luce era dietro

Posted on willyco.blog 16 maggio 2016

La luce era dietro la sedia. Una sedia comoda, abbastanza alta da raccogliere la schiena, una sedia per scrittura e lavoro più che per una lettura che prevedesse la sospensione dello scorrere le righe, il distogliere dello sguardo, il pensiero che toglieva oggetto allo sguardo trasferendolo all’interno. La sedia era collocata in modo da potersi agevolmente girare verso un interlocutore, quindi una sedia per conversare oltre che per lavorare, e in questa posizione, di interlocutore per l’appunto, vedevo il viso controluce, i capelli pettinati con una cura sbarazzina, e non ne capivo il colore proprio per la forte luce che mi abbagliava. Anche i lineamenti avevano una dolcezza e bellezza intuita più che verificata perché il tratto sfumava, e con esso l’età, la stessa condizione sociale, tutto era finito dietro la luce forte e piena. Mi rifacevo alle parole, al tono della voce, ai concetti e alla calma che li accompagnava. Mi veniva da interrompere per assentire, per condividere, per aggiungere la sensazione di benessere che provavo in un processo di comunicazione che si gonfiava morbido e avvolgeva entrambi. O almeno a me così pareva. 

l’anima gemella e perfetta

Posted on 

IMG_0517

http://www.lastampa.it/2014/05/04/blogs/cuori-allo-specchio/caro-angelo-esiste-pi-di-unanima-gemella-DBQliLQhFbbRrawTo7OP2H/pagina.html

Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.

Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.

Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.

Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.

Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.

Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.

Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice. 

elogio del poco o tanto che viene

Posted on willyco.blog 4 maggio 2016

Mica tutto si può dire. Si può raccontare l'apparenza, celare tra le righe espliciti enigmi, si può mostrare il mostrabile.

Il mostrarsi non è forse conseguenza del non bastarsi, della solitudine che non si colma?
Fortunati quelli che hanno avuto un grande amore di cui lamentare l'assenza, più disgraziati gli altri che si arrabattano nel costruire un presente che almeno odori di futuro.
È per questo che raccontare il passato ha il profumo dolce dell'elegia, nel mentre dire davvero come si sta, cosa si vorrebbe, raccontare la propria debolezza, non può essere cosi esplicito. Non viviamo nel dolore e neppure nella gioia, ma in un infinito relativo crepuscolo da cui trarre luce. In questo relativo, decifrare, se c'è interesse, passione, è la condizione di un futuro. Non ci si appassiona al passato, e in questa verità c'è il senso di ciò che si desidera, si mostra, si dice.

lavoro e libertà

Posted on willyco.blog 3 maggio 2016

Tra le tante cose inutili che penso e quelle, per fortuna molto meno numerose, in cui credo c’è una correlazione forte di concetti, una specie di sillogismo tra lavoro e libertà. Li penso collegati da un sentimento del sé a cui tengo molto: la dignità. Non c’è libertà senza lavoro e se questo è privo delka libertà di proporsi, dire, contrsttare, allora subentra la dipendenza e la costrizione. In questo che per il pensiero al governo è volterrianamente il migliore dei mondi possibili, la vera rivoluzione è nel proporre il diritto al lavoro come esercizio di dignità e libertà individuale.

Ho ripensato a una canzone di Rino Gaetano, Aida, e l’ho sentita come la storia di donne che conosco, che con fatica rivendicano la dignità di essere che è la storia della libertà in questo paese, ma il tema può essere tranquillamente privato del genere perchè le storie nelle difficoltà s’assomigliano.

Per passare dalla privazione di libertà -e cioè dal fascismo- fino alla libertà è stata necessaria una guerra di liberazione. Oggi non siamo in quella condizione ma l’esercizio della dignità di essere viene precluso a non poche donne e uomini e allora sarebbe utile riflettere su chi erano e cosa pensavano del lavoro e del suo ruolo, le donne e gli uomini che cadevano davanti ai plotoni di esecuzione, nelle città e in montagna. Pensavano che da questo sarebbe nata il riscatto e la dignità di un popolo. Il benessere, certo, ma non solo quello, c’era l’idea che lavorare, essere indipendenti e utili fosse una condizione vitale, un diritto.

La mia generazione, che venne dopo quelle della guerra, interpretò questa necessità con la stabilità del posto fisso, più per reazione all’indigenza e alla miseria che era la condizione da cui uscire che per mancanza di fantasia. Era difficile anche allora pensare di avere una famiglia e non sapere se l’avresti mantenuta, per cui le lotte si riferivano a quella condizione in cui precario significava a rischio di povertà. Oggi ci sono le stesse domande in un contesto apparentemente diverso. Solo che qualche anno fa, si sapeva che il lavoro era un diritto e la libertà si difendeva in piazza. Oggi la soluzione non è il posto fisso e in piazza non ci va nessuno. Obnubilamento? Poca coscienza che i diritti e la libertà non sono conquiste permanenti? Oppure come riferisce una recente ricerca molti baratterebbero la libertà in cambio della tranquillità economica, del posto fisso e sicuro. Chi si preoccupa, infatti, di un futuro incerto quando il presente di certezze non ne ha nessuna. Ripensare nuovamente il nesso tra lavoro e libertà diventa allora essenziale e non posso pensare di chiudermi nella mia sicurezza, la libertà non è un lusso da ricchi ma una necessità collettiva. Il presupposto per cui il mio pane sicuro non diventi inutile e raffermo.

indignez-vous!

Posted on willyco.blog 1 maggio 2014

Il vecchio partigiano Stéphane Hessel c’aveva chiesto di indignarci, ma nessuno non s’è indignato davvero abbastanza a lungo per cambiare il mondo. E’ morto, il vecchio partigiano, senza saperlo, forse sperando che le parole potessero mettere in moto cuori e cervelli, com’è stato molte volte. Ora non funziona, o almeno non sembra.

Confesso che ho vissuto e attorno a me vedo molta difficoltà a vivere. Forse per questo mi confondo, ho l’impressione di avere verità e idee comuni, ma la realtà mi contraddice. C’è sofferenza e non c’è protesta. Il mio secolo è a cavallo tra un secolo che non finisce ed uno che non inizia. Hobsbawm l’ha definito il secolo breve per contrapporlo al lungo secolo 19° , ma chissàà se lo pensava davvero vista l’opulenza di cui si è nutrito il ‘900. Un secolo bulimico la cui voracità si estende a questo secolo. Un secolo che ha divorato e divora, tempo e vite. Non si è concluso nulla o quasi, un secolo inconcludente, abitato da tragedie e persone inconcludenti, da ideologie mutate nel loro peggio, da lotte che si sono placate non nel cambiamento, ma nella stanchezza, forse per questo si è vissuto così tanto.

Indignatevi. Per la velocità che nasconde la ragione. Il secolo breve era cominciato con l’ideologia della velocità.

Indignatevi per tutto ciò che vi lasciate togliere. Oggi fate la spesa la domenica e lavorate sempre.

Indignatevi perché il giusto non è ridurre uno stipendio abnorme, non solo, è abolire il privilegio che l’ha permesso, che discrimina, tra chi ce l’ha e chi non ce l’ha. E’ questo il confine del potere e c’è chi sta una parte e chi dall’altra, io scelgo quella che non ha privilegio.

Aver derubricato la lotta di classe, non ha tolto le classi, ma ha fatto perdere l’idea di eguaglianza. Ha tolto sostanza al rapporto tra le forze che dovrebbero gestire l’equilibrio tra economia e società, tra diritti e ricchezza. Così si è vanificato il diritto comune all’eguaglianza sciogliendolo nell’acido della finanza e della speculazione. Non il lavoro, ma il denaro è diventato il soggetto che riguarda l’uomo. Basti pensare che ciò che si ritiene un diritto non negoziabile, quello alla vita, è ogni giorno, in occidente, come nel resto del mondo, messo in discussione dall’esistenza di un lavoro, di una sua continuità, oppure di una pensione, di un sussidio. La Grecia insegna molto, ma non s’impara nulla.

Indignatevi perché si è accettata la povertà come funzionale, la diseguaglianza come elemento strutturale e come motore della mobilità sociale, seppellendo la possibilità di un’eguaglianza vera di base, di una valutazione del merito. La perdita di diritti ne è conseguenza perché in questa visione, sono stati monetizzati ed era naturale quando si è affidata alla sola parte del capitalismo, all’impresa e alla sua proprietà e non al lavoro, il compito di condurre il mondo. Il denaro compra i diritti e gli effetti si vedono con le diseguaglianze che crescono, con la democrazia che diminuisce.

Indignarsi qui, oggi, ha un significato ben diverso da ciò che abbiamo attorno, è la protesta che analizza, lotta e cambia la società, ecco cosa manca oggi all’occidente. E ciò che manca contiene la speranza del cambiamento vero, permanente, contiene la maggiore equità, ma nel lessico comune invece, la speranza si è trasferita nella crescita economica. Per questo mi confondo e vedo che i migliori ingegni, la meglio gioventù sente l’estraniazione dall’occidente. Non pochi scelgono di esercitare un cambiamento nel terzo mondo piuttosto che a casa propria, nelle situazioni al limite, piuttosto che nella normalità. Mai come ora la normalità ottunde, e addormenta la speranza. Mai come ora è necessario che sia il quotidiano a verificare se ciò che ci attornia ci va bene oppure no.

credere per vivere

Posted on willyco.blog 30 aprile 2014

DSC04357

Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dice di noi, di ciò che sentiamo e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (senti la similitudine?) abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

(c’è l’anima? non è importante basta sentirla)

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più di una parte che si chiude e già una finestra si apre. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

tempo grosso

Posted on willyco.blog 30 aprile 2014

Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo e riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

In questi giorni si celebrano due ricorrenze che riguardano due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Ebbene penso che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro.

Sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere culla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio, non preparazione della notte.

libri e scaffali

Posted on willyco.blog 29 aprile 2017

Molti sono stati aperti una sola volta. Hanno generato curiosità, aspettative. Hanno parlato di un presente che mutava e non si era ancora visto tale, hanno tratto energia consequenziale da un passato, si sono avventurati in un futuro. A volte titubanti, spesso arditi, quasi mai così sicuri da cogliere l’interezza e per questo aperti a più soluzioni. E del resto come si potrebbe? Vedere ciò che accade, seguirne una piccola traccia nel dipanare delle alternative, farsi prendere da un lampeggiare di novità, è già un’avventura che posticipa il tempo, diventa passione del guardare, del capire, allora se a tutto questo dovessimo unire l’intera essenza delle probabilità verificate ci resterebbe solo il contemplare. Il sedere silente davanti a qualcosa di così grande che si mostra e non si esaurisce, come fanno i mistici, gli illuminati, ma se non siamo tali allora ci resta l’intuizione verso un infinito tascabile, a portata presunta d’intelletto.

Così guardo i saggi, i romanzi, i libri irti di regole, quelli bianchi e piccoli che potrebbero ridursi ad una sola pagina perché contengono folgoranti versi, altri più corposi, che custodiscono le essenzialità delle fotografie, in cui nessuno dei partecipanti avrebbe mai pensato di finire e così hanno continuato indifferenti la vita senza neppure ricordare quel curioso armeggiare di macchine e obbiettivi che l’avevano ripresi, ma sono ancora qui, per me, fissati e mobili, pronti a riprendere, con l’immaginazione quella vita che è andata chissà dove. E ancora nei titoli, nei dorsi, nelle pagine a volte segnate e a spesso libere, nel loro allinearsi apparentemente casuale, c’è un segno di ricordo e una traccia del loro futuro. Quei libri si sono spostati con me, mi hanno seguito. Mai docili, spesso petulanti nel loro voler essere scandagliati, forti di un primeggiare che li ha preferiti, ora si mettono disciplinatamente gli uni accanto agli altri.

Sono arrivate cinque nuove librerie, 36 metri di ripiani che si sono riempiti delle pile di volumi, che hanno fatto balzare all’attenzione urgenze di leggere, che alla fine, nell’ordinare diversamente le stanze, hanno fatto contemplare quello che non c’è ancora stato a sufficienza. E che sarebbe offensivo, per loro, per me, mettere ancora una volta in doppia fila. Qui di pazienze in doppia fila ce ne sono troppe e la memoria a volte tradisce perché scorda uno spostamento e non va a letto contenta, la memoria, se non trova ciò che cerca. Ha il suo ordine, che è come un abbraccio e che tiene amorevolmente lo specchio di ciò che si è non di ciò che è avvenuto. Non solo, almeno.

L’ordine ancora non regna, il nitore che è più una fantasia dell’anima, il bisogno di un’armonia che taccia il vociare dell’incompiuto, è un farsi. Oserei dire come il vivere, o più modestamente come il camminare che pur avendo una meta, non è mai uguale, perché gli occhi e il pensiero cercano assieme il conosciuto e ciò che li sorprenderà. Comunque grandi passi innanzi verso una rappresentazione ideale degli spazi, sono stati compiuti. Si sono aperte scatole che hanno atteso pazienti per troppi anni dopo il trasloco. E non erano poche. Ed è stato un continuo riscoprire, salutarsi, complimentare l’aspetto, ma anche vedere come per molto tempo gli editori, abbiamo messo cose importanti in contenitori indegni. E trovare il profitto dei grandi che per piccolezza hanno economizzato sulle rilegature, sulle colle, cosicché libri mai più rieditati ora si sfasciano alla lettura, è un dispiacere. Non dovrebbero esistere libri che diventano un fascio di pagine che si staccano dai dorsi. Nell’immane quantità di cose che vengono stampate dovrebbe esserci un’etica, prima che un’eleganza, che fornisce un prodotto destinato a durare, e non già contenente la propria fine prima ancora di essere letto. Sarebbe un rispetto per chi ha fatto la fatica di scrivere e un piacere per chi leggerà sapendo di poter conservare il piacere a lungo.

Questo riordinare ha prodotto fatica, piacere, ma anche consapevolezza che ciò che non è possibile a noi sarà facile per altri, ovvero disperdere, sminuzzare, gettare, e allora quel titolo che parla di una guerra dimenticata a molti, se gli va bene, finirà in qualche bancarella prima di scomparire in una discarica di carta. Lo vedo spesso entrando nelle librerie che propongono vecchie raccolte, che altri hanno percorso strade non dissimili. In fondo i lettori forti si assomigliano tutti e si nutrono della stessa follia, ovvero quella dell’essere uno e tanti assieme. Bulimici per un sapere che si sa non finire, avidi di umanità e di storie, cercatori di risposte e di bellezza. Fino a poco tempo fa provavo una fatica e una stretta al cuore vedendo molti dei titoli che erano nei miei scaffali, scomposti dal loro luogo e offerti in ragione di rarità e prezzo, mi parevano privati della cura di chi un tempo li aveva scelti. Sembravano sacrificati all’utile che è nemico di chi ama il libro in quest’epoca. Poi ho pensato che nuovi cercatori avrebbero ricomposto diversamente un corpus di curiosità, di attenzioni, e che quella parola, corpus, non era solo una raccolta ma un corpo vero e proprio, un nuovo specchio per una nuova mente simile nella passione.

Nel riprodurre la biblioteca di Babele, Borges parla della custodia di ciò che non si capisce, della follia che coglie chi vuole impossessarsi del tutto, foss’anche il tutto di un solo corridoio della spirale, parla di uno scrittore universale che viene rappresentato da ognuno che scrive un pezzo di quella che un’unica grande storia. Non parla della sorpresa e del piacere che accompagna il lettore quando prende in mano un libro, lo apre, ne legge alcune righe e già parla con una persona che raramente potrà conoscere, ma che è già in un dialogo con lui. Credo sia questo il piacere di leggere, che ogni volta si rinnova.

Ho ancora una scatola da aprire e diverse pile che attendono di disporsi in file, non so perché, ma mi pare bello tutto ciò.

la festa della liberazione

Posted on willyco.blog 27 aprile 2017

Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.

E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.

Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.

Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo  di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.

La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.

Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.

le libertà s’usurano

Posted on willyco.blog 25 aprile 2014

Il proprietario del bar, ieri, si è messo a ridere quando gli ho chiesto, se oggi era aperto.

Festeggio la liberazione, mi ha detto, e pure sabato e domenica, e vado al mare. Ho un gran rispetto della mia libertà e pure della liberazione. E rideva.

Gli ho risposto che quella libertà c’era anche durante il fascismo, anzi …

Non parlavamo della stessa liberazione e neppure della stessa libertà. La sua è di fare quello che il portafoglio gli permette, magari con qualche spericolatezza, difficile a chi vive di stipendio. Bisognerebbe chiedere ai suoi dipendenti se condividono la stessa libertà. Forse è per questo che la politica non gli interessa molto, se non per conservare questa possibilità di agire al limite. Ed è quella che lui chiama libertà economica, e ne vorrebbe tanta perché non gli basta mai: meno vincoli ci sono e più è contento. Le altre libertà, quelle di cui gli parlo, lo riguardano poco, non gli sembrano così preziose, né tangibili per la sua vita. Si vede che lo annoio, ma non è cattivo, neppure ha in spregio la libertà, solo che è al più una parola e si limita ad usare quella che gli serve, lasciando arrugginire le altre libertà e senza pagarne il costo. Come facciamo più o meno tutti, senza chiederci se le libertà si usurano. In realtà è proprio così, le libertà bisogna usarle, esercitarle, come si diceva un tempo, ma questi sono discorsi da professoroni, come ha detto, facendo molto ridere il presidente del consiglio. La velocità, il transitorio, che poi è transeunte, cioè finisce presto, non ha tempo per le libertà vecchie. Quelle di parola, critica, religione, riflessione. Adesso servono libertà veloci, usa e getta, libertà che consentano di non capire dove si va a finire e soprattutto che siano prive di responsabilità. Invece le libertà vecchie sono intrise di responsabilità. Sono le libertà dei padri che pur nate fresche di giornata dopo una notte infinita, si proponevano di dare sapore alla vita, di renderla un noi anziché un predominio dell’io. Oggi ci si cura poco della mancanza di gusto delle libertà, al più si dà colpa alla politica che le ha sciupate disseminandole di scandali. Ma quelle non erano libertà, erano soprusi e noi ce le siamo lasciate sottrarre, sino a dire che in fondo non contavano poi tanto. La libertà ha un sapore e non serve una dittatura per sentirlo, basta chiederci perché stiamo assieme e cosa ci tiene assieme, anche quando siamo soli, e allora si vedrà che quello che toglie libertà attraverso il sopruso, ci riguarda, ci rende meno liberi. Non di andare al mare ma di vivere davvero.